L'ambasciatore del pianeta di Gonorra restò seduto nella penombra del suo ufficio a osservare un robot che gli rammendava i calzini bucati. Le dita metalliche, ricoperte da un morbido strato di simil pelle, si muovevano agilmente per riparare i piccoli guasti causati dalle unghie appuntite dei piedi del vecchio ambasciatore ormai prossimo alla pensione. Sul suo pianeta non esistevano esseri così evoluti: al massimo, i robot del suo mondo potevano fare i guardiani per i porci, e anche lì avevano dimostrato qualche pecca.
Una domanda però lo tormentava, e a lungo lottò tra sè e sè per impedirsi di rivolgere la parola a un essere che nonostante tutto riteneva poco più intelligente del suo orologio da polso.
Alla fine cedette:
"Robot, dimmi: ti piace il tuo lavoro?"
"E' un lavoro, signore. Non sono programmato per dire se mi piace o meno, sono programmato per eseguirlo".
"Non ti annoi neanche un po'?".
"Non so cosa vuol dire annoiarsi: mentre lavoro a questo calzino, i miei circuiti pseudo mentali mettono ordine nei miei banchi di memoria, deframmentano i dischi, ottimizzano le routine di lavoro...".
"Ho capito: tu ti ritieni superiore a un essere umano".
"Non ho detto questo".
"Ma è quello che vuoi farmi intendere: noi esseri umani facciamo le cose più assurde per combattere la noia, e tu invece mi dici che non sai neanche cosa sia, questo stato d'animo".
"Proprio così, signore. Noi non abbiamo stati d'animo".
"Dunque per te la vita, anzi l'esistenza, non è altro che un susseguirsi di attività prive di significato, dal momento che non ti causano nè sofferenza, nè gioia, nè partecipazione, nè odio".
"Non direi così: piuttosto, il loro significato consiste nel rendere felici i padroni umani come lei, e questo soddisfa le nostre aspettative".
L'ambasciatore sembrò colpito da questa risposta: e rimase fermo a lungo, immobile sulla sua poltrona riscaldata, ad assaporarne la dolce eco nella sua mente, invidiando quel mondo prospero che aveva delegato a creature inferiori, ma felici, i compiti più umili e banali.
Per cui non si rese conto affatto del secondo robot che silenziosamente si avvicinava alle sue spalle brandendo una siringa ipodermica colma di curaro.

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